Attività
Crespi d’Adda, patrimonio di uomini e non di pietre

“Crespi d’Adda, patrimonio di uomini e non di pietre” era il titolo di un articolo comparso sull’Eco di Bergamo pochi giorni dopo la chiusura definitiva dello stabilimento tessile di Crespi nel dicembre del 2003. L’autore (P. Aresi) poneva in risalto il ruolo della comunità locale, e indagava con sensibilità e attenzione i sentimenti degli abitanti del Villaggio: in particolare i timori e i dubbi per il futuro incerto che attendeva un paese che pareva impoverirsi sempre più. E il declino descritto, dei servizi come del numero di abitanti, diveniva ancor più angoscioso tenendo conto della ricchezza di Crespi d’Adda ai tempi in cui la fabbrica possedeva e gestiva il paese. Oggi, a distanza di quasi quindici anni, nonostante i venti e più anni di sigillo Unesco, la situazione non sembra molto diversa.. Ecco l’articolo:

Tra casette ben tenute e strutture degradate resiste un piccolo popolo dal futuro incerto, in un villaggio operaio che è un pezzo di storia italiana. Patrimonio dell’umanità, esempio mirabile di villaggio industriale, di simbiosi fra grande azienda e territorio, di scambio di energie e premure fra padroni e maestranze, Crespi d’Adda sonnecchia nel pomeriggio, le sue casette tutte uguali, le grandi ciminiere spente. Nessun lavoratore tornerà nella tessitura di Crespi dopo le vacanze di Natale, i capannoni resteranno lì vuoti, in attesa. Di che cosa? Dice il parroco, don Luigi, “il problema è di ampio respiro, si tratta di un fatto storico negativo per l’insieme del Villaggio di Crespi. Perché del futuro non si sa nulla, se non vaghe idee. Il timore è che si rischia di perdere un patrimonio culturale e architettonico che la stessa Unesco definisce di importanza per tutta l’umanità. L’Unesco ci offre questo riconoscimento, ci regala questa affermazione, ma poi a dover intervenire sono gli enti, è il territorio, dallo Stato, alla Regione, alla Provincia, al Comune. Anche i privati, certo”.

E gli abitanti la loro parte la fanno. Le casette – oggi di proprietà perché alla metà degli Anni Settanta vennero cedute dall’azienda – sono tutte ben sistemate. Spiega Alberico, 66 anni, che è rimasto in fabbrica per la metà degli anni della sua vita: “I Crespi nel 1930, dopo circa mezzo secolo dalla fondazione, dovettero cedere fabbrica e Villaggio per problemi finanziari. Mi raccontava mio papà che i Crespi non volevano licenziare nessuno. Allora i dipendenti erano circa quattromila, e nel Villaggio abitavano 1300 persone. Tutti gli altri venivano dai paesi attorno”. Dopo il 1930 la manifattura passò più volte di mano e nel 1972 fu posta in liquidazione, per poi essere ridimensionata e riattivata. Fu allora che il patrimonio del Villaggio venne venduto. E tutte le casette andarono a coloro che vi abitavano.

Adriana ha lavorato per 37 anni negli uffici della tessitura. Qui lavoravano suo padre e sua madre, e prima ancora i nonni. Dice: “Parti dell’insediamento accusano una grave decadenza. Il lavatoio e i “palazzotti”, per esempio. Questo posto mi è entrato nel sangue. L’abbandono mi da un senso di tristezza. Adesso non sappiamo che cosa riserverà il futuro, ma speriamo che questo patrimonio venga salvato. Non è soltanto un patrimonio di muri. C’è dentro la storia, le fatiche di tante persone”.

“C’è dentro una grande idea – aggiunge don Luigi – una visione del mondo, un senso di solidarietà tra classi sociali diverse, un’etica”. Questa di Crespi è una testimonianza che parla più di tante parole e di tanti libri. Una testimonianza malata: negli anni se ne sono andati il macellaio, il fruttivendolo, il calzolaio. L’ultimo a chiudere i battenti è stato il tabaccaio. Resiste il piccolo negozio di giocattoli di Giuseppina, che ha 75 anni e che non vuole arrendersi. Suo padre era il falegname di Crespi, sua nonna fu la balia di Silvio Crespi.

“In questo ‘turismo industriale’ ci credo” afferma Alberto, 61 anni, il cui nonno venne qui dalla Svizzera a montare i telai, e non se ne andò più. “Temo l’abbandono, il degrado, la distruzione. Ma forse qui andrà diversamente: siamo o non siamo patrimonio dell’umanità?”

Oggi, anno 2016, il negozio di Giuseppina non c’è più. E il Villaggio ha perso anche la parrucchiera, il giornalaio, l’ufficio postale e il negozio alimentare. Ma il piccolo popolo è ancora lì: fino a quando l’anima di questo popolo resisterà ai cambiamenti imposti dalla modernità e dal turismo, che già hanno modificato molti degli equilibri del paese? Quali gli ultimi baluardi di questa comunità, orgogliosa del suo passato e fiera del fatto che i discendenti degli operai costituiscono ancora la maggioranza della popolazione? Innanzitutto la Parrocchia, senza la quale il paese avrebbe già da tempo perso quell’anima, avrebbe smarrito la fiducia e lo spirito di coesione. Poi l’asilo, attivo sin dal 1883, che con i suoi bimbi, seppur pochi, rappresenta la speranza di future generazioni. E, nata negli ultimi anni (o se vogliamo ri-nata) la “Pista”, il centro ricreativo parrocchiale che ha ridato al Villaggio un luogo di aggregazione, di socialità, e un rinnovato senso di appartenenza.

Oggi il paese di Crespi non è più gestito dall’azienda tessile. Ora Crespi è frazione del Comune vicino, il Comune di Capriate. Le scelte più importanti che riguardano il futuro del paese non nascono più dall’azienda. E neppure dalla comunità locale. I Crespesi non sono oggi protagonisti del loro futuro. No, la “demo-buro-crazia” moderna non ha concesso loro questa opportunità. Perché la comunità di Crespi, che conta ora poco più di 400 persone, è inevitabilmente una minoranza, e da sette lustri le decisioni si prendono nel paese vicino. I tanti visitatori e affezionati pensano che il Villaggio sia “amministrato da chi lo vive”. Ma non è così, purtroppo. Realisticamente, avvedute e accorte sono e saranno le scelte sul futuro di Crespi, quanto avveduti e accorti gli amministratori del paese vicino. Arduo compito e ardua responsabilità, occorre ammettere, in quanto le due realtà – Crespi e Capriate – sono, per mille ragioni, profondamente diverse.

Crespi d’Adda sta lentamente morendo o sta cercando di rinascere? Difficile rispondere. Così come complesso è domandarsi che cosa ha portato il riconoscimento Unesco. Di certo molto interesse, tanti visitatori, italiani e stranieri, e tante scolaresche. E’ possibile ripartire da qui? L’Unesco stesso – attraverso l’ICOMOS, la stessa organizzazione di esperti che ha valutato i caratteri eccezionali del sito – ci dà importanti suggerimenti. Nella Carta internazionale del turismo, redatta nel 1999, sono descritti i principi per la valorizzazione dei siti, sulla base delle esperienze passate. La carta muove dalla constatazione che il turismo, se mal gestito, può provocare la degradazione dell’ambiente e delle culture delle comunità d’accoglienza, e insiste sulla necessità di garantire una partecipazione attiva delle comunità locali, troppo spesso lasciate ai margini dello sviluppo turistico.

A questa carta si ispira anche la nostra Associazione, impegnata a favorire uno sviluppo turistico cauto e responsabile, legato al territorio e alla sua comunità, così fragili. Riportiamo in conclusione gli articoli della carta che maggiormente hanno orientato le nostre scelte e i nostri ideali.

Le comunità ospitanti e le popolazioni locali devono essere coinvolte nella redazione dei piani per la conservazione e per il turismo.

Le attività di turismo e di protezione del patrimonio devono beneficiare le comunità ospitanti.

La gestione del patrimonio e le attività turistiche devono produrre benefici economici, sociali e culturali, per tutti i membri – uomini e donne – della comunità residente, a tutti i livelli, attraverso l’educazione, la formazione, e la creazione di opportunità di lavoro.

I programmi di sviluppo turistico devono incoraggiare la formazione e l’impiego di guide e di “interpreti del sito” provenienti dalla comunità ospitante al fine di favorire i talenti delle popolazioni locali per la presentazione e l’interpretazione dei loro propri valori culturali.

I programmi di formazione e di interpretazione del patrimonio culturale messi in atto in seno alla comunità d’accoglienza devono incoraggiare il coinvolgimento degli “interpreti del sito” locali. Tali programmi devono promuovere la conoscenza e il rispetto per il loro patrimonio, incoraggiando la popolazione locale ad interessarsi direttamente della cura e della conservazione del patrimonio.

A cura di Marco Pedroncelli