Attività
Crespi e il lavoro nelle fabbriche tessili di fine Ottocento
Iniziativa per presentare il Comitato per il restauro del lavatoio. Proiezioni di filmati e immagini commentati e seminario “l’etica del lavoro nella fabbrica dei Crespi”.

La presentazione del Comitato

Abbiamo scelto di organizzare questa iniziativa (il 14 maggio 2013 presso il teatro Crespi) in forma di assemblea pubblica e proprio nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali: l’obiettivo era quello di sensibilizzare i candidati amministratori al tema del degrado del lavatoio, in una cornice non polemica ma di alto profilo culturale.
Nella prima parte sono stati illustrati alcuni filmati che raccontano il passaggio dalla civiltà contadina alla società industriale, con descrizione dei telai e dei macchinari in uso nel vecchio cotonificio dei Crespi.
Si è poi aperto il seminario intitolato “L’etica del lavoro nella fabbrica di Crespi”, durante il quale hanno parlato i quattro esperti ospiti della serata.

I quattro relatori

Don Luigi Cortesi (ex parroco di Crespi, ricercatore storico) ha illustrato le straordinarie qualità di Silvio Benigno Crespi, vero imprenditore “illuminato” che, anticipando i tempi di circa un secolo, ebbe modernissime intuizioni e atteggiamenti di apertura in merito a sensibilità sui problemi dei lavoratori, scrivendo testi molto intelligenti sulle problematiche connesse a salute e sicurezza del lavoro… moltissimi decenni prima delle leggi di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
Edo Brichetti, storico e architetto, ha elencato alcuni tra i più interessanti casi di “capitani d’industria” di fine Ottocento, come i lanieri Rossi di Schio. Fra questi imprenditori italiani c’erano ovviamente i Crespi, che hanno realizzato il villaggio operaio mettendo in pratica quelle intuizioni “illuminate” sulla necessità di umanizzare la vita degli operai, creando attorno alla fabbrica un mondo vivibile a misura d’uomo.

La locandina della serata

Giovanni Luigi Fontana, direttore del dipartimento di scienze storiche dell’Università di Padova e presidente AIPAI, ha parlato di “Lavoro e salute nelle Company Towns del secondo Ottocento”, spiegando le differenze tra villaggio operaio e città sociale, raccontando che ci sono alcune centinaia di esempi di “villaggi industriali” simili a Crespi in giro per il mondo, dentro e fuori l’Europa.
Infine ha preso la parola Claudio Visentin, docente e direttore della Fondazione Bergamo nella storia e Museo storico di Bergamo, il quale ha sottolineato che Crespi è stato definito dall’UNESCO come un sito unico e pregevole perché “ancora conservato interamente e funzionante”, privilegio assai prestigioso. Quindi ha proseguito spiegando che l’esperienza di Crespi è stata una “utopia”, ovvero la storia di un grande sogno che dopo alcuni decenni si è conclusa nel fallimento: infatti la storia della produzione industriale è andata verso un’altra direzione, molto diversa da quella che il fondatore aveva immaginato ed auspicato.
Visentin ha quindi posto una questione di fondo: perché ha senso preoccuparsi del lavatoio quando il vero cuore del villaggio, cioè la fabbrica, è chiusa? Il lavatoio, rispetto all’opificio, è cosa molto piccola, ma le cose piccole possono diventare un “simbolo”. Servono a raffigurare, come modelli, l’insieme. Allo stesso modo il villaggio di Crespi è il modello di un problema che è mondiale. “Che fare dopo la chiusura della fabbrica?”: questa è la stessa domanda che l’intero mondo si sta facendo laddove le fabbriche storiche smettono di produrre.

Gazebo informativo

Dall’industria a nuove idee: è questo l’imperativo a cui non si può sfuggire, se si vuole evitare di trasformare Crespi nel luogo “tranquillo ma morto” tipico di molti altri paesi di alcune valli svizzere. Che fare? La risposta va ricercata nella parola “turismo”. L’ultima parte del discorso di Visentin è stata appunto dedicata al turismo, che deve essere dimensionato nelle quantità e nelle qualità giuste. Un luogo turistico non deve essere né troppo vuoto né troppo pieno, ed i benefici di cui godono i turisti devono essere condivisibili con gli abitanti del luogo, i quali non devono sentirsi come “animali in uno zoo”. Per questo motivo è necessaria una adeguata gestione del sito.
Ringraziamo Michele Lecchi per la sua preziosa collaborazione (sua è la base del testo e sue sono le immagini) e ci permettiamo di concludere la pagina elogiandolo per la sua acuta riflessione finale:
“Forse il degrado del lavatoio è la cosa che più di ogni altro monumento o manufatto di Crespi insegna ai bambini e ai ragazzi la lezione più dura: che la memoria storica merita di essere conservata e difesa, anche a costo di fatica e di impegno, anche a costo di un elevato esborso economico, perché altrimenti la conseguenza è la distruzione e l’umiliazione della nostra Storia, della nostra Cultura. Per chi sta crescendo e imparando, niente è più efficace dell’esperienza ravvicinata di un fallimento o un insuccesso. Quel lavatoio che si rovina, si sporca, che abbruttisce, che invecchia e rischia di crollare è il monito severo, visibile e tangibile che fa aprire gli occhi agli increduli ragazzi, e li rende sensibili e desiderosi di farsi parte attiva per non disperdere il patrimonio della nostra memoria, come testimoniano quelle accorate ed appassionate lettere e disegni che invocano l’impegno e l’interesse di tutti”.